"Fuori piove. Ho deciso. Cioè non è che ho deciso che fuori piove, pioveva già. Ho deciso che ti scriverò una lettera. Oggi che è anche il tuo compleanno. Trentatré per l’esattezza. Così può essere come un regalo, un pensiero, non è un pacco ma una busta... durerà di più. Mentre apri un pacco, c’è sempre un filo di imbarazzo. La paura che tu non riesca a essere veramente entusiasta nel vedere il regalo. La paura che sul tuo viso si legga quel «che cazzo ci faccio io con ’sto coso qui». Quell’imbarazzo simile a quando qualcuno che non conosci bene inizia a raccontarti una barzelletta, e tu speri veramente che ti faccia ridere, ma magari a metà scopri che la sai già e devi far finta di niente perché ti spiace dirglielo. Niente imbarazzo tra noi: solamente una lettera. Quando apri un pacco finisce tutto. Oh... una maglietta, grazie. Oh... le Nike, grazie. Oh... una stampante, grazie mille. Una lettera occupa meno spazio e più tempo. Ma siccome questo vale anche per i libri, i cd e le videocassette, mi sono accorto di averti scritto una gran cazzata. Scusa. Cominciamo bene. Ricomincio: ha smesso di piovere. E anche stavolta io non c’entro. Peccato, mi piace di più scrivere quando sento la pioggia. Aprirò la doccia. Buongiorno Nico, ma soprattutto buon compleanno. Da oggi per un anno saranno trentatré, come gli anni di Cristo o come l’Alfa Romeo di Matteo. Come ti senti? È diverso da quando ne avevi ventotto come me? Sicuramente sì, ma sarei curioso di sapere che cosa è diverso, che cosa è veramente cambiato. Sono passati circa cinque anni da quando ti ho scritto la prima volta e negli ultimi cinque anni nella mia vita ne sono cambiate di cose, figuriamoci nella tua. Cerco di immaginare dove sei ora, mentre leggi questa lettera, ma la memoria che ho di te è vecchia. Ho deciso di scriverti perché è un periodo strano, di confusione silenziosa. Mi sento come anestetizzato dalla vita, sento che deve succedere qualcosa, ma non so cosa. O forse è solo il mio desiderio di cambiamento che me lo fa pensare. Ma qualcosa mi manca. Ti ricordi? È sempre stato così, lo sento da come respiro la vita. Sento che mi manca come se mi fosse già appartenuta e qualcuno me l’avesse portata via. Ma non so esattamente cos’è. C’è chi cerca l’altra metà della mela, io sto cercando ancora la mia mezza. Sono uno spicchio di me stesso. Ho deciso di parlartene, di scriverti perché tu sei più grande, hai visto e vissuto molte più cose di me, e magari la tua metà l’hai trovata. Credo che ti chiederò un sacco di cose, perché in questo momento sono un po’ confuso. Non capisco. È un po’ che penso a questa lettera, a cosa scriverti, ma non tutti i miei pensieri arriveranno a te perché la mente è più veloce della mano e quindi tanti di loro andranno persi. Quello che ti scriverò sarà ciò che la mano e la memoria riusciranno a catturare. Saranno sicuramente pensieri confusi, pieni di contraddizioni e forse anche un po’ banali. Nico, mi sembra di diventare semplicemente un trionfo di luoghi comuni: anzi, ho paura di esserlo già. Comunque, ho ventotto anni e ci capisco meno di quando ne avevo venti. Speravo che crescendo sarebbe stato tutto più chiaro. Speravo di capire le cose che voglio, i miei obbiettivi, i miei gusti, i miei desideri, e invece no, qui è sempre tutto da capo. A volte vorrei già essere più grande. Avere quell’età in cui ciò che volevo fare purtroppo non l’ho fatto, ma ormai è tardi, e così lo metto via e non ci penso più. Mi accontento, mi standardizzo, insomma mi sistemo. Ma quali cacchio sono le cose che voglio fare? Per esempio, parlando di lavoro, ti ricordi di Paolo? Lui alle medie diceva che avrebbe fatto l’architetto, e architetto è diventato: ha scelto la sua strada e l’ha percorsa. Via degli architetti. Io invece la mia strada non l’ho ancora decisa, o meglio non l’ho ancora capita. A volte ne inizio una e poi a un certo punto non mi piace più il paesaggio che vedo, e allora esco alla prima uscita. O al massimo la ritardo e mi blocco in qualche Autogrill. Non mi pongo nemmeno il problema di capire se sia giusto o no percorrere una strada e cercare di arrivare il più lontano possibile, perché il mio problema è un passo indietro. Il mio problema è: Qual è la mia strada? Forse è solo una questione di immaturità: non voglio fare il salto, non voglio saltare la mia linea d’ombra, ma il fatto è che oltre a non sapere cosa è giusto o sbagliato per me, non posso nemmeno saltare perché non vedo nessuna nave nel mio porto. Sono un passo indietro dal decidere tra la cicala e la formica. C’è anche da dire che io sono molto umorale. Ci sono giorni che mi sveglio e vorrei cambiare ogni cosa, scoppio di sicurezza e mi sento come Tony Manero quando esce di casa e dice: «Vado a farmi il mondo». Poi magari il giorno dopo sono l’uomo più insicuro dell’universo, mi faccio mille domande e tutto diventa come un’enorme cartina geografica da ripiegare – una cosa che non sono mai stato capace di fare. Quando ne apro una rimane aperta sul sedile dietro della macchina per mesi. Tiene compagnia alle bottigliette d’acqua vuote che rotolandoci sopra mentre viaggio diventano passeggeri metaforici della mia vita e del mondo. In questo periodo mi sento come Alice nel paese delle meraviglie quando mangia il fungo e passa da grande grande a piccola piccola. Il mio umore è come un pene insicuro e indeciso. Un po’ guarda in su e un po’ guarda in giù. Insomma, continuo a camminare, poi torno indietro, faccio un passo avanti, due di lato. Il mio non è un cammino, ma la danza tribale di un ballerino bendato, con qualche livido. A volte vorrei mollare tutto. Vorrei andarmene da qualche parte nel mondo, perché ci sono giorni che qui mi sta stretto tutto. Questo mio disagio non mi fa capire dove sta il coraggio. Se lascio tutto e me ne vado, è coraggioso, o sto solo scappando? O è più coraggioso rimanere, affrontare le cose e cercare di cambiarle? Non capisco dove sta la mia libertà, non capisco da cosa sono schiavizzato. Immaturo, immaturo, immaturo. Addirittura ci sono dei giorni che affido le mie decisioni a dei giochetti. Tipo: se si apre l’ascensore entro cinque secondi, o se nel camminare pesto delle righe del marciapiede, se accendendo il cellulare ricevo un messaggio, allora la mia decisione dev’essere sì. Se non succede, è no. A volte invece in metropolitana o in treno o sull’autobus mi fisso su una persona, mi concentro e mi ripeto: «girati girati guardami guardami girati adesso e subito». Se si gira è sì. Ma il colmo è che se la decisione non mi convince, o non è quella che voglio veramente, penso che non vale e che era solo un pre-riscaldamento, e riprovo. Anche due o tre volte. Sento che ho perso in modo chiaro il mio obbiettivo: c’è nebbia qui, nebbia e foschia. Mi sento come uno scalatore appeso alla parete rocciosa che vede solo ciò che ha davanti appiccicato al naso, e non riesce più a vedere la cima, la vetta, il motivo per cui sta scalando, e nemmeno cosa sta scalando. Forse ho bisogno di scendere un attimo e chiarirmi bene le idee. Mi sento solo, Nico, non vedo e non sento nessuno che mi capisca veramente fino in fondo, forse perché sono già io il primo che non si capisce, ma qui, credimi, è tutto un delirio. Ho sempre voluto fare ciò che volevo nella vita, sono sempre stato pronto a rimettere tutto in gioco, spinto dalla solita irrequietezza, voglia di cambiare, di scappare, di iniziare. Del resto, ho sempre dato il massimo di me negli incominci. Quando inizio una cosa sono sempre bravo, poi mi perdo, piano piano mi spengo, sono come un libro che ha un’introduzione della madonna, ma già nel secondo capitolo si ridimensiona tutto, e lo butteresti nel cesso. Come quando mi viene il trip di mettere in ordine la stanza e tiro fuori tutto dai cassetti e dagli armadi e poi mi stufo e non ho più voglia di mettere a posto e mi trovo in mezzo a un casino peggio di prima. Negli investimenti a lungo termine sono decisamente la persona meno adatta. Lo si capisce anche dal fatto che nella mia vita non ho mai comprato un salvadanaio senza il buco sotto. Quelli dove c’è solo il taglietto sopra, mai. I miei sotto hanno sempre avuto il tappo, infatti un sacco di volte sono andato a sfilare i millini, o semplicemente a contare quanti soldi c’erano. Nella pagina delle cose certe che voglio nella mia vita ci sono scritte poche righe, fra l’altro qualcuna anche a matita, mentre in quella delle cose che non voglio c’è più roba, c’è più sicurezza, più determinazione. Tutto questo per dirti che anche in questo momento, come ho scritto prima, non so esattamente cosa voglio – come sempre, anche in questo momento so solo ciò che non voglio. E non ti sto parlando di lavoro, non ti sto parlando di professione. Parlo di ruoli: non so in che ruolo sto giocando questa partita e non so che ruolo giocare. Sinceramente non ho nemmeno capito che gioco è. Devo essere più responsabile o va bene così? Ci sono dei giorni in questi ultimi anni che mi sento assalire da una sensazione di irrequietezza. In quei giorni non ho voglia di uscire e nemmeno di rimanere in casa. Vorrei strapparmi la pelle di dosso. Anche il mio corpo diventa una gabbia. È come se la vita in quei momenti mi infilasse un dito nel sedere. Se sto seduto lo sento e mi viene istintivo alzarmi, se cammino lo sento e mi viene da sedermi. Con quel dito in quel posto è come se la vita mi volesse dire che non c’è più tempo da perdere, che c’è da prendere una decisione, che non si può più fare finta di niente. Ho provato a distrarmi in un sacco di modi per cercare di non sentirlo: shopping, sesso, droghe, viaggi, ma quel dito rimane. Devo capire come si toglie. AIUTOOOO!!! Immaturo, immaturo, immaturo. Il direttore della radio dove lavoro mi ha offerto un contratto di cinque anni come speaker e collaboratore. Mi ha detto: «Se accetti, oltre ad avere un aumento notevole di stipendio, la cosa che più conta è che come collaboratore ti si apre una possibilità di crescere professionalmente e di pensare al futuro in modo più sereno. È una grande occasione, non puoi pensare di fare lo speaker tutta la vita». Questa «grande occasione» invece che farmi contento, mi ha mandato in sbattimento. Come è la vita: qualche anno fa per una proposta così avrei fatto salti di gioia alti come quelli che faceva Magic Johnson. Lavorare in una radio è quello che ho sempre voluto fare, ma adesso che succede? Quello che una volta per me sembrava libertà adesso mi sembra prigione. Il motivo per il quale faccio il dj in radio credo sia dovuto, oltre che al mio amore per la musica, anche al fatto che sono un egocentrico per natura. Lo sono sempre stato anche da piccolo. Mi ricordo quando andavo al lago con i miei genitori. Passavo tutta la giornata a fare i tuffi. Prima di buttarmi però chiamavo sempre mia madre per farmi vedere: «Mamma, mammaaa, guardamiii...». E se, quando tornavo a galla, la vedevo chiacchierare con le sue amiche invece di guardarmi, ci rimanevo malissimo. Non puoi capire come una cosa così piccola per i grandi fosse un’enormità per me. Non aveva dato la giusta attenzione a Mister Tuffo. Cacchio, mi tuffavo nel lago e non mi guardava. Poi però quando facevo il bagno a casa nella vasca ogni cinque minuti passava e mi chiamava: «Sei ancora vivo?». Se non ero sott’acqua a sentire i mille rumori della casa rispondevo: «NO!». Comunque, io lo avrei guardato Mister Tuffo. Ho passato tutta la mia vita a cercare qualcuno che guardasse i miei tuffi e mi dicesse che ero stato bravo. Andavo al mare per abbronzarmi e man mano che diventavo nero pensavo già a cosa mettermi. Il primo pensiero volava alla camicia bianca, ma era troppo scontata, avevo paura che si scoprisse la mia vanità. Meglio la maglia nera. Egocentrico e vanitoso. La sofferenza era già alla porta. Ho smesso di studiare presto, ho sempre avuto un brutto rapporto con la scuola, ho fatto un sacco di lavori e in tutti volevo primeggiare, volevo diventare qualcuno, insomma, volevo sempre fare dei bellissimi tuffi. Ora credo di essermi semplicemente rotto le palle. Voglio tuffarmi solo per il gusto di entrare in acqua. Ma questo è veramente il lago dove mi voglio tuffare? È un periodo che forse comincio a sentire la piccola strada del ritorno: sento una strana voce che mi dice di fare un passo indietro, di essere sempre in campo, ma non più come attaccante, meglio come portiere, o al massimo difensore. Se la vita fosse una band, adesso vorrei suonare la batteria o il basso. Ma forse è solo un voler ancora temporeggiare. Fare melina. Anche nel frequentare le persone ho dato un giro di chiave, ho scremato un po’ le amicizie: meno persone attorno, meno donne e relazioni inutili, meno dispendio di energia e meno sorrisi forzati, tutto più intimo e sincero. Ho eliminato il più possibile le donne McDonald’s per esempio, quelle che ti fai quando l’ormone ti assale, quando sei super eccitato, quando lo sperma ti annebbia la vista; quelle che ti fai perché hai fame, fame fame, ma che sai già che poi ti pentirai. Come quando appunto vado da McDonald’s e mentre ordino il Big Mac non vedo l’ora di mangiarlo e poi subito dopo mi odio per esserci andato (a volte ne mangio anche due). Goloso, goloso, goloso. In generale diciamo che ultimamente nella mia vita ho messo all’ingresso un omino che fa la selezione. Come davanti alle discoteche. Il dj in radio è un lavoro che mi piace, come in tutti i lavori ci sono dei compromessi, ma non mi posso lamentare. Per compromessi intendo mettere in onda anche canzoni che non mi piacciono molto, oppure essere sempre di buon umore, e tu sai quanto sia difficile per me fingere il mio stato d’animo. L’anno scorso il direttore della radio mi ha scelto per fare delle pubblicità, mi ha anche offerto un sacco di soldi, e quando ho rifiutato sono stato perfino costretto a giustificarmi. Io faccio questo lavoro perché amo la musica e amo dire ciò che penso, e anche se – come tutti – voglio guadagnare dei soldi, li voglio guadagnare inseguendo i miei sogni. Non voglio guadagnare soldi inseguendo i soldi. Non voglio essere ricco, voglio essere libero. Una parte di me per esserlo deve avere dei soldi, per poter vivere, ma ce n’è un’altra che per esserlo ha bisogno di tutt’altro. Dentro di me esiste un omino che lavora part-time, un omino che quando si sveglia deve fare, scrivere, disegnare, fare rumore; insomma deve farsi sentire, e se durante la sua apparente assenza si sono fatte cose che non approva, lui distrugge tutto. Io convivo con questo piccoletto ormai da anni, e se è vero che ogni uomo ha un prezzo, ti assicuro che lui non ce l’ha e se non lo faccio esprimere divento pazzo e vado in overdose di energia psichica. Per questo non voglio semplicemente diventare ricco, perché devo essere prima di tutto libero, altrimenti impazzisco e dei soldi non me ne faccio niente. Questo è un concetto che il mio direttore non capisce e non capirà mai, nemmeno se gli faccio un disegno, nemmeno se gli parlo in stampatello. Questo è un grande compromesso: avere a che fare ogni giorno con persone che parlano un’altra lingua. Io non chiedo niente a loro se non di poter essere me stesso, eppure, per poterlo essere, ho bisogno di giustificarmi. Non ho ancora trovato il dizionario per tradurre il mio linguaggio con il loro: quando devo parlare a questo tipo di persone mi mancano i vocaboli, spesso i miei sinonimi sono i loro contrari. Per fortuna che poi basta che metto in onda uno dei miei pezzi preferiti e per un po’ sono anestetizzato, drogato, senza pensieri. Credo che per me una delle fortune più grandi nella vita sia l’amore per la musica. Ancora oggi quando sento un pezzo che mi piace, mi viene la pelle d’oca e rimango in estasi, incantato dal pifferaio magico, e questo succede ovunque mi trovi, e qualsiasi cosa stia facendo; anche se sto parlando mi interrompo, come innamorato, catturato. In tutto questo delirio di vita, la musica è una certezza. Farsi una canna la sera e ascoltarsi un cd in cuffia è ancora una cosa che si può catalogare sotto la “I” di impagabile, e tu sai di che parlo: giusto volume, bassi a palla, luci spente, solo grattacieli illuminati che salgono e scendono nell’amplificatore... wow! Meglio di un orgasmo. O quasi. In casa mia lo stereo è sempre acceso, ho messo talmente tanti cd che c’è stato addirittura un periodo in cui lo stereo sceglieva per conto suo. In realtà si stava solo rompendo, ma prima di scassarsi del tutto aveva iniziato a selezionare, a farsi un gusto personale. Alcuni cd li leggeva, altri non voleva suonarli: non aveva nemmeno un brutto gusto, diciamo che a parte quella volta che non voleva leggere Fight for your mind di Ben Harper, per il resto non sbagliava, e spesso mi convinceva a cambiare. Vivo di musica, nella mia vita c’è sempre un sottofondo musicale, ogni momento importante della mia vita è legato a una canzone, e ogni volta che la sento parte il mio videoclip personale. Quando devo scendere dalla macchina e l’autoradio sta suonando un pezzo che mi piace, non riesco a spegnerla, devo aspettare che finisca o se proprio sono in super ritardissimo, per spegnere devo sfumare abbassando piano piano il volume. Qui te lo devo chiedere: «Nico, che musica ascolti ultimamente?». Solo cose nuove che io nemmeno conosco, o nella colonna sonora della tua vita ci sono ancora Jimi Hendrix, Bob Marley, Eric Clapton, Jeff Buckley, i Police, gli Stones? Spero che tu risponda a tutte queste domande quando leggerai questa lettera, servirà anche a te per fare una specie di resoconto, per chiarirti meglio le idee e capire meglio chi sei. Dalla musica che uno ascolta si capiscono un sacco di cose."
F. Volo
lunedì 21 maggio 2012
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1 commento:
...un saluto di Vento.
BUENA VIDA
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