"Quando resto solo con me stesso, come ora, mi manchi ancora di più. Il vuoto che lasci è una ferita aperta, ma è il prezzo per amarti, e lo pago volentieri. Ti amo.
"
07/04/2004, 00.49

lunedì 12 settembre 2011

Ode a Un Usignolo

I

Il cuor mi duole, e i sensi un peso aggrava
come avessi bevuto la cicuta
o vuotato testé fino alla feccia
un narcotico, sprofondando in Lete;
e non è per invidia della tua
felice sorte, ma perché io sono
di tua felicità troppo felice,
- che lieve alata Driade degli alberi
tu in qualche anfratto che melodioso
fanno il verde dei faggi e innumeri ombre
canti in pace l'estate a perdifiato.

II

Oh per un sorso di vendemmia! stato
nella terra scavata in fresco a lungo,
saporoso di Flora e di campagna,
e danze e canti provenzali e allegre
feste nel sole! Oh per un bicchiere
pieno del caldo Sud, pieno del vero,
del roseo Ippocrene, con perlate
bolle all'orlo occhieggianti e tinta a macchie
rosse la bocca; ch'io potessi bere,
e abbandonare non veduto il mondo
e svanire con te nella foresta.

III

Svanire via, dissolvermi, e obliare
ciò che tu ignori fra le foglie, tedio
febbre e tormento, qui ove stanno gli uomini
e l'un l'altro ode piangere; ove scuote
la paralisi gli ultimi capelli
e diafana si fa la giovinezza,
spettrale e muore; dove già pensare
è di plumbeo dolore essere pieni;
dove non può lucenti la Bellezza
gli occhi serbare, nè il novello Amore
consumarsi per loro oltre domani.

IV

Via via! perchè volare a te vogl'io
non sul carro di Bacco a leopardi
ma sulle alli invisibili che muove
la Poesia, benchè la mente ottusa
svagli e ritardi; eccomi già con te.
Molle è la notte, e forse la regina
Luna è sul trono con a sciami intorno
le sue Fate stellari; ma qui luce
altra non v'è fuor quanta con la brezza
spira per verdeggianti ombre dal cielo
e sentieri di muschio sinuosi.

V

Io non vedo che fiori ho presso i piedi
nè che incenso soave alia sui rami,
ma nel buio odoroso ogni dolcezza
indovino che il mese adatto ne orna
l'erba, la siepe e il frutice selvaggio;
biancospini, e la rustica eglantina;
presto avvizzite sotto le lor foglie,
viole; e primogenita di maggio
già a venir pronta la muschiata rosa
rugiadosa di vino, sussurrante
sede alle mosche nelle sere estive.

VI

Dal buio ascolto, e spesso quasi amore
misi alla dolce Morte, e con bei nomi
in molte la chiamai pensose rime
perchè in aria sereno si portasse
il mio respiro. Adesso più che mai
mi par bello morire, avere fine
senza dolore, a notte fonta, mentre
tu esali in una tale estati intorno
l'anima tua! Tu canteresti ancora,
e invano avrei orecchi io divenuto
al tuo requiem lassù d'alto una zolla.

VII

Tu non nascesti per la morte, uccello
immortale! Su te generazioni
affamate non passano, la voce
ch'io odo in questa notte fuggitiva
da villani e da re fu udita un tempo;
forse è lo stesso canto che nel cuore
di Rut trovò un sentiero quanto stava
gonfia di nostalgia fra il grano altrui;
lo stesso che incantò finestre magiche
aperte sulla schiuma di malfidi
mari, in fatate terre solitarie.

VIII.

Solitarie! Rintocco di campana
è la parola a trarmi da te indietro
nel mio solo me stesso. Addio! Barare
non può la fantasia quanto ne ha fama,
o ingannevole silfo. Addio, addio.
Gemito la tua antifona svanisce
oltre i prati qui accanto sul, tacente
rio, sul fianco del colle; ora è sepolta
nei vicini albereti della valle.
Fu cosa vista o un sogno a occhi aperti?
Il canto s'involò: son desto o dormo?

J.A.Keats

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